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Sono moltissime oggi le persone che non si sentono completaÂmente integrate con i valori della società di questo periodo.
Giornali e televisioni ci suggeriscono, neanche troppo velataÂmente, la correttezza e i vantaggi di appartenere a un modello, indiÂpendentemente dal fatto che questo modello cambi con una velocità spaventosa. Siamo di fronte al paradosso del paradosso in ambito sociale, politico e lavorativo. Quello che ieri era vero, oggi non ha più alcun valore e le persone sentono di non essere più in linea con questi moÂdelli.
Eppure, di questa società fanno parte, in essa vivono, lavorano e producono. Ma non vi appartengono emotivamente.Prendono le distanze, si allontanano o sopportano.
E molto spesso entrano in anestesia.
Da un punto di vista scientifico l’anestesia è una forma di iniÂbizione farmacologica, finalizzata a non sentire il dolore; esiste però anche una forma di anestesia di tipo psicologico, meno eclatante ma più invalidante della prima, e che si riferisce al processo che, spesso in modo del tutto inconscio, si innesca quando la nostra parte razioÂnale non vuole sentire qualcosa che riguarda la nostra parte irrazioÂnale o meno conosciuta.
È dunque un meccanismo apparentemente di difesa, ma che molto spesso, ed in maniera del tutto inaspettata, quando supera certi valori soglia, si trasforma in un limite alla nostra reale espresÂsione.
E questo meccanismo diventa ancor più deleterio in quanto ad esso, con inarrestabile gradualità , ci adattiamo.
In questi casi la nostra unità mente – corpo – emozioni, viene smembrata al fine di inibire una o più di queste componenti.
Può quindi accadere, a seconda dei casi, di porre un veto ad una o più delle nostre espressioni, siano esse quella corporea, spiriÂtuale, mentale o emozionale, in funzione di ciò che non vogliamo vedere o sentire.
Ciò comporta un inevitabile allontanamento, una separazione totalmente intima e personale, fra noi stessi e le varie parti che ci compongono.