Sono moltissime oggi le persone che non si sentono completa­mente integrate con i valori della società di questo periodo.

Giornali e televisioni ci suggeriscono, neanche troppo velata­mente, la correttezza e i vantaggi di appartenere a un modello, indi­pendentemente dal fatto che questo modello cambi con una velocità spaventosa. Siamo di fronte al paradosso del paradosso in ambito sociale, politico e lavorativo. Quello che ieri era vero, oggi non ha più alcun valore e le  persone sentono di non essere più in linea con questi mo­delli.

Eppure, di questa società fanno parte, in essa vivono, lavorano e producono. Ma non vi appartengono emotivamente.Prendono le distanze, si allontanano o sopportano.

E molto spesso entrano in anestesia.

Da un punto di vista scientifico l’anestesia è una forma di ini­bizione farmacologica, finalizzata a non sentire il dolore; esiste però anche una forma di anestesia di tipo psicologico, meno eclatante ma più invalidante della prima, e che si riferisce al processo che, spesso in modo del tutto inconscio, si innesca quando la nostra parte razio­nale non vuole sentire qualcosa che riguarda la nostra parte irrazio­nale o meno conosciuta.

È dunque un meccanismo apparentemente di difesa, ma che molto spesso, ed in maniera del tutto inaspettata, quando supera certi valori soglia, si trasforma in un limite alla nostra reale espres­sione.

E questo meccanismo diventa ancor più deleterio in quanto ad esso, con inarrestabile gradualità, ci adattiamo.

In questi casi la nostra unità mente – corpo – emozioni, viene smembrata al fine di inibire una o più di queste componenti.

Può quindi accadere, a seconda dei casi, di porre un veto ad una o più delle nostre espressioni, siano esse quella corporea, spiri­tuale, mentale o emozionale, in funzione di ciò che non vogliamo vedere o sentire.

Ciò comporta un inevitabile allontanamento, una separazione totalmente intima e personale, fra noi stessi e le varie parti che ci compongono.

Dopo un po’ di tempo, a forza di chiudersi e di non sentire, ci si isola; l’isolamento sviluppa fobie, dubbi, paure; il nostro modo di esprimerci cambia, e la nostra sfera vitale ne risente.

Costruire un castello con sentinelle e torri di guardia, ci evita di venire attaccati; più spessi sono i muri, e più ci sentiamo protetti.

Ma, di pari passo, aumenta anche la nostra paura.

Perchè più cresce la sicurezza che proviamo nel nostro blindato mi­crocosmo, tanto più aumenta l’insicurezza, se da esso dobbiamo uscire. Al punto da non sentire più la necessità di mostrarci, trasfor­mando così ciò che abbiamo creato per la nostra sicurezza, in un luogo di insicurezza e schiavitù.

Perché non è li che sta la nostra straordinarietà , e non è li che nasce il nostro talento.

Essi sono al contrario figli dell’abbandono al flusso della vita, all ’apparente disordine perché l’abitudine non governa mai le mosse importanti.

2 risposte a Accettare la nostra straordinarietà

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