Archivi del mese: maggio 2010

Statisticamente parlando in questi ultimi anni si è avuto un enorme incremento di disagi e disturbi fondamentalmente aspecifici che, impoverita della sua capacità diagnostica, la medicina classifica come “stati psicosomatici”.

Le modalità di intervento che fino a poco tempo  venivano consigliate erano principalmente quelle basate sul colloquio psicoterapeutico, ma ultimamente  un cambiamento radicale della modo di percepire l’individuo da parte della moderna psicologia , ha permesso la nascita e la presa in considerazione di molte tecniche di tipo dinamico ed esperienziale più in linea con una visione realmente olistica dell’uomo e dei suoi disagi.

Ciò ha permesso il superamento del concetto che il  corpo è  espressione della psiche, aggiungendo ed ampliandolo con quello che il soma può  anche costituire lo strumento di accesso alla psiche stessa.

Prendere in considerazione questo doppio legame fra psiche e soma significa  accettare la natura umana nella sua interezza e contestualmente l’esistenza di  fenomeni di tipo emozionale ed energetico che superano la sfera dell’io, ma che appartengono comunque alla unità bio psichica dell’individuo, e che influiscono in maniera egualmente importante sul suo stato di benessere e di equilibrio  percettivo e sensoriale.

Soltanto la fusione fra scienze pure ed approcci ampliati che considerino anche gli aspetti bioenergetici, transpersonali e spirituali dell’uomo  possono  quindi favorire il percorso di ognuno verso un soggettivo e più appagante equilibrio interiore.

D’altronde questa unità è ampiamente stata  dimostrata dalle ultime ricerche che hanno efficacemente evidenziato lo stretto e sostanzialmente inscindibile legame che esiste fra situazioni mentali (cioè i nostri pensieri) e lo stato del sistema immunitario

L’esistenza di neuropeptidi a costituzione aminoacidica provenienti dal cervello non è più strabiliante del fatto che a livello dei linfociti T e B ( la cui funzione è quella di tutelare il corpo da aggrssioni da parte di agenti infettivi o fegenerativi) sono state evidenziate delle zone finalizzate alla ricezione di tali molecole: il che è come dire che qualunque pensiero trova una sua collocazione nelle cellule del  nostro corpo.( psico somatica ).

Partendo da questo semplice , ma rivoluzionario concetto è dunque possibile , non più soltanto empiricamente od intuitivamente, stabilire una reale connessione e corrispondenza fra pensiero e reazione fisico.

La nostra unicità , il fatto cioè che pur appartenendo alla stesse specie ogni uomo ha delle caratteristiche univoche e soggettive, non è solo dovuta alla struttura del DNA che ci caratterizza dal punto di vista fisico, strutturale e mentale, ma è anche in relazione alle altrettanto univoche caratteristiche di temperamento, comportamento ed espressione che messe tutte insieme costituiscono la personalità di ogni individuo.

Quest’ultima è in parte precostituita ed in parte acquisita in funzione delle varie esperienze soggettive che nel corso della vita tendono ad influenzarne lo sviluppo.

Ognuna di queste esperienze racchiude a sua volta gli stessi esclusivi caratteri della unicità, poichè ogni forma di esperienza è diversa da tutte le altre in relazione al tipo di persona che la vive e relativamente alle conseguenze che essa genera.

E’ infatti assolutamente evidente che la stessa situazione può essere vissuta in maniera totalmente differente da persona a persona e  per conseguenza generare reazioni totalmente differenti.

Pensiamo ad esempio alla diversità che ci può essere nel modo di affrontare determinate cose o situazioni da parte di alcune persone rispetto ad altre.

Alcuni potranno rapportarcisi in maniera fiduciosa e positiva, mentre altri tenderanno a vedere l ‘aspetto meno facile e più drammatico delle stesse.

Se ci fermiamo qui ciò che emerge è però soltanto una generica e superficiale diversificazione fra approcci positivi o negativi all’ ambiente che ci circonda.

In realtà la soggettività di ogni individuo è qualcosa che va al di là e supera di molto questo semplice aspetto.

Può infatti capitare che anche la persona più ottimista di fronte ad un certa situazione  inspiegabilmente si demoralizzi molto, e forse anche di più  del peggiore dei pessimisti che magari in quell’ambito trova carattere e forza di reazione che fino ad allora gli erano sconosciuti.

Queste differenti reazioni vanno quindi molto al di la della componente esclusivamente caratteriale; esistono quindi i presupposti per ipotizzare che oltre al temperamento dell’individuo ci sia anche altro che ne caratterizza la singolarità e la diversità delle reazioni.

Che cosa è dunque che fa la differenza?

Esistono momenti, nella vita di ognuno, in cui ci si sente veramente speciali, straordinari, e nei quali riusciamo  a raggiungere obiettivi che mai ci saremmo aspettati .

Sono attimi nei quali ci sentiamo protetti e, non avendo paura di nulla, agiamo come bambini nella libertà.   Spesso questi attimi corrispondono a situazioni particolari nell’ambito della nostra vita, situazioni che per un motivo o per l’altro  stimolano l’unione fra le varie nostre componenti, al punto da darci l’intima certezza che qualsiasi cosa pensiamo e qualsiasi cosa facciamo  sono il pensiero e la cosa giusta per noi.

Eppure, anche in quel mondo sicuramente non tutto funziona perfettamente, e ci sono egualmente ingiustizie e paradossi, soltan­to che noi non li cogliamo.

Perché quello che funziona è il nostro mondo, e percepiamo che siamo noi che possiamo influenzare l’ambiente esterno, e non viceversa.

È il miracolo dell’integrazione; i nostri universi sono allineati; ciò che sta al di fuori non ci spaventa perché siamo noi a portare al­l’esterno ciò che abbiamo dentro. Questo accade ogni volta che riusciamo intimamente a coglie­re la nostra melodia personale, a dipingere il nostro quadro senza li­miti di spazio o di colori.

E’ il momento in cui esprimiamo creatività e talento non intendendo con questi termini definire particolari attitudini ma semplicemente il nostro mpodo di essere più intimo e vero.

Sono  momenti in cui riusciamo, in maniera del tutto involonta­ria, e non programmabile a creare le condizioni per riconoscere la nostra unicità.

Tutti noi indistintamente aspiriamo ad essere unici ma tale unicità trova il modo di esprimersi quando la nostra attenzione è lontana da essa, dall’obiettivo da raggiungere, dal progetto da realizzare. Potremmo dire che si esprime nel momento in cui “non siamo”.

Ciò che avviene durante i miei lavori di gruppo è proprio questo. Un apparente caos primordiale da cui, magicamente e imprevedibilmente, emerge la consapevolezza della propria unicità.

Constatare ciò all’interno di un gruppo, senza peraltro che tale espressione leda il gruppo stesso ma, al contrario, lo aiuti a progredire, permette alla persona di rendersi conto di quanto bella e armoniosa sia la sua me­lodia, che, inevitabilmente, a lei soltanto appartiene.

Può darsi che esaminare in maniera ripetitiva un problema ci consenta di comprenderne i termini, ma ci allontana dalla sua solu­zione; esattamente come una vibrazione ripetuta più volte fa entrare in risonanza la struttura attraverso la quale viene prodotta.

La nostra ottica è invece quella di affrontare qualunque situa­zione, cambiando drasticamente i parametri interpretativi della stessa.

Poiché quella situazione è unica, e appartiene soltanto a quella persona, essa è già un’espressione del suo potere personale; e come ta­le quindi, è anche il più potente strumento dì cui la persona dispone.

Ciò di cui tutti hanno bisogno, e che anni di psicoterapie non possono insegnare, è semplicemente questo: è disimparando, disintossicandosi da condizionamenti impliciti nella propria storia che si da vita a quella condizione  che ci permette di abbandonare la storia stessa per renderla materia plasmabile ed unica.

Uscire dalla propria storia personale perché soltanto cosi ci è consentito di rinascere.

“Avrei bisogno di piu tempo da dedicare a me”, ”Sento il desiderio di rimettermi in forma”…

Queste frasi apparentemente finalizzate solo ad un momento di rilassamento e benessere hanno in realtà un implicazione psicologica ed emozionale molto piu importante e profonda.

Esse sono infatti indice che nella nostra vita è giunto il momento di variare qualcosa , di introdurre un cambiamento, in una parola di mettere in discussione le nostre abitudini, selezionando quelle positive da quelle negative e trasformando queste ultime da  limitanti compagne di viaggio,  in opportunità costruttive e produttive.

Anche se non ce ne rendiamo conto, le abitudini sono infatti strettamente correlate al livello della nostra salute sia essa psichica che fisica.

La loro presenza o assenza determina il livello o la compansazione di situazioni ansiogene che però spesso generano un circuito vizioso e chiuso dal quale non c’è apparente via di uscita.

Esse inoltre hanno anche uno strettissimo legame con la parte coprorea al punto tale che potremmo dire che “noi siamo le nostre abitudini “ e che il “il nostro corpo ne è l’epressione ” .

Ragionamenti sempre uguali, movimenti stereotipati, scarsi stimli emotivi, a poco a poco ma inesorabilmente, diventiamo esattamente quello che pensiamo.

Cio avviene perché questo meccanismo si insinua in maniera strisciante ed almeno all’inizio apparentemente inoffensiva.

Il primo passo è determinato da quel piccolo senso di sicurezza nel fare le cose sempre uguali, che ci da quel èercezione di continuita ed appiglio che cosi strenuamente ricerchiamo.

Niente di male in tutto questo, anzi.

Ma se  perdiamo la consapevolezza delle motivazioni che ci spingono verso questa situazione, ecco che nel nostro cervello si instaura un meccanismo privilegiato che a poco a poco diventa un atteggiamento mentale che, se non viene messo in atto, crea disagio e senso di perdita o insicurezza.

Le abitudini si consolidano cosi  dal piano mentale a quello fisico, e cosi certe esistenze che si trsascinano sempre uguali a se stesse, degenerano in varie forme di somatizzazioni come sovrappeso, stipsi cronica, rigidità articolare cefalee , tachicardia … reazioni dietro ognuna delle quali c’è una componente emotiva inespressa ed una abitudine che la compensa e sostiene.

Ma la cosa tristemente buffa di questo meccanismo è che i fautori, gli unici creatori di tutto ciò siamo noi . Solo e soltanto noi .

Noi siamo il prodotto delle abitudini che noi abbiamo costruito per noi stessi e che abbiamo accuratamente disseminato lungo la nostra vita.

Le motivazioni sono tante e si possono identificare in ricerca di sicurezza (fittizia ed illusoria), bisogno di allinearsi per sentirsi accettati, (annullando quindi se stessi ), staus symbol da rispettare ( per riempire l’esterno anziche il dentro).

Ma ad un certo punto la svolta avviene.

Basta. E’ ora di cambiare.

Ecco il vero significato delle frasi con cui ho iniziato questo articolo.

Sono moltissime oggi le persone che non si sentono completa­mente integrate con i valori della società di questo periodo.

Giornali e televisioni ci suggeriscono, neanche troppo velata­mente, la correttezza e i vantaggi di appartenere a un modello, indi­pendentemente dal fatto che questo modello cambi con una velocità spaventosa. Siamo di fronte al paradosso del paradosso in ambito sociale, politico e lavorativo. Quello che ieri era vero, oggi non ha più alcun valore e le  persone sentono di non essere più in linea con questi mo­delli.

Eppure, di questa società fanno parte, in essa vivono, lavorano e producono. Ma non vi appartengono emotivamente.Prendono le distanze, si allontanano o sopportano.

E molto spesso entrano in anestesia.

Da un punto di vista scientifico l’anestesia è una forma di ini­bizione farmacologica, finalizzata a non sentire il dolore; esiste però anche una forma di anestesia di tipo psicologico, meno eclatante ma più invalidante della prima, e che si riferisce al processo che, spesso in modo del tutto inconscio, si innesca quando la nostra parte razio­nale non vuole sentire qualcosa che riguarda la nostra parte irrazio­nale o meno conosciuta.

È dunque un meccanismo apparentemente di difesa, ma che molto spesso, ed in maniera del tutto inaspettata, quando supera certi valori soglia, si trasforma in un limite alla nostra reale espres­sione.

E questo meccanismo diventa ancor più deleterio in quanto ad esso, con inarrestabile gradualità, ci adattiamo.

In questi casi la nostra unità mente – corpo – emozioni, viene smembrata al fine di inibire una o più di queste componenti.

Può quindi accadere, a seconda dei casi, di porre un veto ad una o più delle nostre espressioni, siano esse quella corporea, spiri­tuale, mentale o emozionale, in funzione di ciò che non vogliamo vedere o sentire.

Ciò comporta un inevitabile allontanamento, una separazione totalmente intima e personale, fra noi stessi e le varie parti che ci compongono.